In occasione della festa del papà mi capita di ripensare a momenti particolari, immagini speciali, ricordi che mi fanno rivedere ciò che sono diventato sotto un'altra luce.
Il papà può essere presente o no, nella nostra vita, può essere una presenza importante o quasi assente, ma molto di ciò che siamo lo dobbiamo a lui, che lo vogliamo ammettere o meno.
Una delle cose che ho imparato da mio padre quand'ero poco più che un ragazzino, è stato falciare l'erba.
Non c'erano rasaerba o falciatrici meccaniche, si usava solo la falce fienaia, la buona lama d'acciaio montata su di un robusto manico di legno e maneggiata con l'ausilio di due pioli sporgenti sulla lunghezza.
Me l'aveva fatto fare alcune volte, poi mia madre, adducendo motivazioni di elevatissima pericolosità per un ragazzino nel maneggio di un attrezzo così affilato, mi tolse la possibilità di continuare.
Allora non me ne crucciai più di tanto, certo mi spiaceva di non poter più aiutare mio padre, e poi era il mio primo incarico "da grande", ma insomma, avevo così tante cose da fare a quell'età, che una più una meno...
Ora, "da grande" , ho compreso alcune cose.... su mio padre e sulle falci.
Non molto tempo fa, una coppia di amici ha acquistato una vecchia casa colonica ad alcuni chilometri dalla mia città, la usano solo durante i fine settimana dato che vivono altrove per motivi di lavoro.
Durante la bella stagione, hanno scoperto che l'erba ha l'abitudine di crescere ad una velocità a dir poco ridicola.
In una settimana, complici le piogge che nella nostra zona (il Friuli orientale e nella fattispecie la fascia pedemontana) si possono definire frequenti solo a voler essere minimalisti, l'erba, le erbacce, le ortiche, i rovi e quant'altro possa utilizzare la fotosintesi, riesce a crescere anche di trenta centimetri.
Durante una mia visita a casa loro, dal momento che chi in loro assenza curava il taglio del prato non era passato, mi trovai ad affondare fino al ginocchio in un mare verde frusciante.
Scherzando, apostrofai il mio amico che mi era venuto ad aprire : "Ma insomma, non ce l'hai una falce ?"
Lui mi squadrò in silenzio per alcuni istanti, poi andò a rovistare in uno stanzino pieno di vecchi attrezzi dimenticati dai precedenti proprietari.
Dopo qualche minuto ritornò e mi mise in mano una falce dicendo : "Tu pensi di saperla usare ?" con un certo atteggiamento di sfida.
Era una vecchia falce, con l'asta di legno grezzo e grossolanamente sgrossata, coperta di polvere e di ragnatele ma ancora solida, leggera e bilanciata, le impugnature arrotondate e consumate dall'uso, la lama ossidata ed assottigliata da mille e mille passate della pietra per affilare.
Mi chiesi anch'io se la sapevo usare... dopo tanti anni... chissà?
La impugnai, la bilanciai, provai a farla oscillare da destra a sinistra e da sinistra a destra... qualcosa c'era.
Provai in un angolo del grande prato, ruotai il busto ed affondai la lunga lama ricurva che avevo affilato con una vecchia, consunta pietra, trovata dentro un corno di bue appeso ad un gancio nello stanzino degli attrezzi, nell'erba alta.
No... non era proprio così...
più rasente al terreno, più lunga l'oscillazione, più veloce il movimento... provai di nuovo.
Meglio...
Un altro colpo.
Ancora, ancora ed ancora, più regolare, ancora e poi ancora... un po' più lento, passi più brevi... ancora ed ancora...
Passa la pietra sulla lama, rinnova il filo della falce...
Era come se mio padre mi parlasse, mentre la pietra faceva cantare l'acciaio sottile che ora appariva lucido e bagnato.
Riprendo a falciare, fa caldo, sudo ma non mi dà fastidio, sento solo il fruscio dell'erba che cade recisa alla base, il canto discreto del metallo quando morde i rovi duri e tenaci, la brezza che cerca di asciugarmi il sudore che mi cola da sotto il berretto con il frontino.
E sento quella voce, quella voce che mi incoraggia a continuare così, con calma, regolare, senza fretta... bravo, proprio così.
Poi finì.
Finito il prato, finita l'erba, finita la brezza... perso l'eco della voce di mio padre.
Rimase solo quel meraviglioso profumo di erba appena tagliata... poesia, poesia pura.
Non so quanto tempo ci impiegai, non molto credo.
Rimasi un momento fermo con la falce in mano e mi guardai indietro ed attorno, non era stato un taglio perfetto, le linee dell'erba distesa erano irregolari, l'altezza del taglio non sempre uguale, ma erano passati venticinque anni, da quando l'avevo fatto l'ultima volta... tanto tempo.
Mi voltai e vidi i miei amici che mi guardavano, "Senti un po', ma quand'è che hai imparato a falciare? Non sapevo che ne fossi capace"
"Oh, tanto tempo fa" dissi mentre appoggiavo la vecchia ma valida falce ad un albero.
"Me l'ha insegnato mio padre"
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