E' lunedì. Anzi no, per me ancora domenica notte.
E' invece un freddo lunedì mattina di inverno, fuori è ancora buio.
Sbirciando tra le tapparelle sembra addirittura che la pioggia sia mischiata a nevischio.
Cominciamo bene.
Un ultimo sguardo alla radiosveglia: le 5 e 12.
Come un ladro sguscio dalla camera per non svegliare il resto della famiglia. Inutile! La voce della moglie mi dice che le magliette stirate ieri sono sul divano vicino ai pantaloni. Le bambine, fortunate loro, ancora dormono. Mentre in cucina consumo una colazione discuto di alimentazione felina con Sven Goran Ericsson, il nostro gatto norvegese, che conoscendo i miei orari già mi attende accanto alle sue ciotole. Con l'esperienza ha imparato che le mie porzioni sono ben più generose di quelle di mia moglie e di conseguenza non lesina codate e colpetti di muso.
Questa mattina devo aprire io lo stabilimento e quindi mi affretto: caccio nelle tasche del giaccone una mela e una arancia e, cercando di fare meno rumore possibile chiudo e scendo le scale. Dopo pochi minuti sono a Roveredo, già un collega mi attende rannicchiato nel sedile dell'auto. Un lampeggio di saluto, è il nostro segnale convenzionale, e via, si comincia.
Certo che il freddo a quest'ora si fa sentire, ma sapere che tra qualche minuto, dopo aver preso un altro caffè, finalmente cominceremo a lavorare ci fa star meglio. No, non fraintendetemi non sono il compagno Stakanov: il fatto è che il mio lavoro in ceramica consiste nel caricare e scaricare i carri di cottura e il lunedì mattina i forni, soprattutto se accesi al sabato, mantengono ancora un piacevole, sano e salutare calore che ci fa subito dimenticare il vento e il nevischio fuori.
L'apertura dei carri è il momento magico. Ore di lavoro di decine di operai si concretizzano in un pezzo di ceramica che deve rispondere a una sola, fondamentale e inappellabile domanda: sarà venuto bene?
Curiosi come bambini davanti alle sorpresine dell'uovo di Pasqua, anche noi apriamo il nostro "kinder" e, con delicatezza, estraiamo la sorpresa. La fabbrica smette per un minuto di lavorare. Tutti vogliono vedere gli effetti del loro lavoro: i colatori che hanno riempito e sformato gli stampi, il levigatore che ha passato ore con la carta vetrata a rendere lisci i pezzi, quindi lo smaltatore che ha verniciato e rifinito a mano le future ceramiche. Poi ci siamo anche noi, io e il mio collega Francesco, che a parere degli altri abbiam fatto ben poco essendoci limitati a caricare sul carro i pezzi fatti da altri.
Vabbè, così va il mondo!
Ci si aggira attorno al carro cercando di intravedere tra le piastre refrattarie qual è l'intensità del colore, se è steso uniformemente, se il pezzo è buono, ovvero non presenta buchi o altri difetti, gli uni dicendo agli altri in quali piccoli accorgimenti si sono adoperati per superare questo o quel problema. Qualche pezzo è marchiato con un segno particolare, incomprensibile ai più, ma dal chiaro significato per noi adepti dell'ars ceramica.
Poi l'effetto svanisce, la sorpresina torna "quotidiana" e gli astanti se ne vanno. Si può cominciare a scaricare il carro: qualche modello viene inscatolato e spedito direttamente al cliente mentre altre stufe vengono inviate alla linea termica per il montaggio. Dopo qualche ora del nostro lavoro non restano che un carro vuoto, alcuni ciuffi di fibra refrattaria per terra e qualche pezzo da ricuocere o da buttare.
Non so perché ma in testa mi risuonano le parole di Fabrizio De Andrè ne "la cimma":
"poi vengono a prenderla i camerieri
ti lasciano solo il fumo del tuo mestiere
tocca al più giovane della compagnia il primo taglio
mangiate, mangiate, non sapete chi vi mangerà".
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