Family Day 2011

luglio 13, 2011 09.48 by Vortex

Il mese scorso, come oramai è tradizione (vedi qui, qui e qui) in azienda si è tenuto il consueto FAMILY DAY!!

E' un evento che riveste una grande importanza per tutti noi: un giorno in cui le famiglie hanno l'occasione di visitare l'azienda in cui lavora un loro caro, padre, marito, o figlio che sia, e di conoscere i suoi colleghi, di cui magari hanno sentito parlare fino allo sfinimento, ma che non hanno mai visto.

C'è, da parte di ogni dipendente, anche l'orgoglio di mostrare ai propri cari in quale grande realtà egli sia inserito e di come non sia semplicemente un numero, bensì una parte importante ed integrante del complesso meccanismo che è la Palazzetti! 

Il FAMILY DAY è una festa, un'occasione per stare assieme senza parlare di lavoro, nonostante si stia proprio sul luogo di lavoro!

Il capannone dove si svolge viene parato a festa, vengono montati decine di tavoli da birreria, arriva il complesso che accompagnerà il pranzo con la sua musica, coinvolgendo i presenti con balli e canti. Un nutrito gruppo di operai ed impiegati viene coinvolto per l'organizzazione e la gestione delle libagioni: chi apparecchia i tavoli, chi affetta il pane, chi porta le bibite, e poi c'è chi cucina sui nostri grandi barbeque, chi i formaggi alla piastra, chi le salsicce, chi la costa ed il pollo e chi, in ossequio alla multietnicità, cuoce l'agnello, preparato per chi non può avvicinarsi alla carne di maiale.

Altri preparano pizze al taglio per gli aperitivi, serviti con birra e bibite analcoliche dalle nostre impiegate più spigliate e carine, i cui gazebi sono sempre gremiti. C'è l'animazione per tutti i bambini: un mago, una truccatrice che dipinge il loro volto rendendolo magico, i calcetti, i giochi, li intrattengono mentre i genitori possono scambiarsi i saluti e due chiacchiere in pace.

E poi si pranza: tutti assieme, italiani, tunisini, marocchini, romeni, albanesi, ghanesi, e chi più ne ha più ne metta, tutti assieme appassionatamente.

E poi ancora: la gara della torta più buona, scelta da una giuria tra quelle preparate dalle volontarie e, perché no, anche dai volontari maschi, con un bel premio per le migliori tre.

Ed infine quest'anno, a sorpresa, la famiglia Palazzetti ha voluto premiare con una medaglia con una incisione ad hoc, un attestato ed una lettera personalizzata, tutti coloro che sono al lavoro in azienda da almeno venticinque anni!! Non è un traguardo da poco, e sono stati in molti a meritarsi la medaglia, in effetti anche chi scrive, anche con qualche nome a sorpresa, perché magari sono persone che tengono un "profilo basso", ma che con umiltà e dedizione non fanno mai mancare il proprio contributo.

Una bella giornata di festa, di cui tutti parlano per molto tempo, complici le centinaia di foto, scattate dai nostri appassionati di fotografia, che vengono stampate su manifesti e appese in tutti i reparti, e che sono poi a disposizione di chi ne volesse una copia personale, un ricordo di momenti speciali.

Un grazie alla Palazzetti per la bella giornata che ci ha offerto, ed ora pensiamo al prossimo FAMILY DAY PALAZZETTI!!!

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Tutte le altre foto le trovate QUI

 

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Primavera!

aprile 5, 2011 16.45 by Vortex

Anche quest'anno, puntuale, è arrivata la primavera!

E' giunta in orario, con il sole, il caldo mite ed asciutto, con il leggero profumo che la distingue dalle altre stagioni, la brezza gentile che smuove le ultime foglie secche rimaste sugli alberi che, avari, se le sono volute tenere addosso fino all'ultimo momento.

E' giunta con l'improvviso sboccio dei piccoli fiori dei pruni selvatici, dei ciliegi, dei peschi, fiori minuscoli e profumati, ricordo del profumo dei frutti che sono stati e che verranno, fiori candidi, fiori rosa, fiori violetti, oppure il giallo dei calicantus.

Ovunque guardiamo, mentre guidiamo, mentre passeggiamo, nubi leggere di schiuma lattea, rosa pallido o rosa antico si materializzano improvvise, dove fino a ieri c'erano solo tronchi dai rami spogli. Sono fioriture effimere, durano pochi giorni, solitamente fino alla prima pioggia, i petali diafani sono incapaci di resistere al peso delle gocce d'acqua che vi si appoggiano sopra, si decompongono subito, quasi avessero fretta di scomparire, la stessa fretta dimostrata nello sbocciare.

Cadono, e subito si sciolgono, vogliono rientrare nella terra che li ha generati, il primo giro di giostra è finito, ora vogliono risalire sul tronco, vogliono rinascere foglie, e poi frutti.

Quando si guarda uno di questi colorati alberi, ci si ritrova sempre incantati, quasi fosse una magia a tenere assieme così tanti fiori in così poco spazio. E' una magia intensa ma breve, in pochi giorni, ma già dal primo sboccio, i primi petali iniziano a cadere leggeri, petali minuscoli ed impalpabili che scendono al minimo alito di vento come una nevicata improvvisa, con la subitaneità della risata di un bimbo.

Basta poco, e attraverso i fiori caduti si inizia ad intravvedere la promessa del verde che verrà a ricoprire ogni ramo. E' un verde solo suggerito, c'è solo se lo guardi con la coda dell'occhio, minuscole gemme si tendono dalle  loro guaine, saggiano l'aria, ne aspirano l'umidità, ne misurano la temperatura, si preparano alla conquista del vento, ne anelano la carezza e la sferza, attendono con impazienza che il sole, fattosi dolce, ne baci i lembi sottili, donando loro l'energia necessaria a crescere, catalizzando la linfa che le radici riprendono a pompare loro con vigore rinnovato.

Uno, due giorni di pioggia, un giorno o due di sole, e la giostra riparte, scompaiono le profumate corolle, ed esplodono le gemme, si aprono in migliaia e migliaia di foglie dal colore brillante, dove ieri vedevi il fiume, oggi ci sono gli alberi, così, all'improvviso.

Un sipario verde si srotola per ogni dove, rinascendo da rami e cespugli invisibili, nude silouettes stilate nell'aria scompaiono e al loro posto giungono ampie pennellate di colore frusciante e mobile.

Come ogni anno, puntuale, è arrivata la primavera, per tutti noi.

 

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Sono sempre io...

giugno 15, 2009 10.51 by Vortex

... Il solito Vortex! 

Ogni tanto mi vengono in mente immagini divertenti, personaggi che hanno fatto la storia dei miei trent'anni in azienda. Vediamo se riesco a mettere nero su bianco qualcosa di nuovo.

Vi ho già parlato mi sembra, dei nostri carrellisti, il giovane era il velocissimo Dario, l'altro il povero Terenzio.

Il primo sembrava escogitare ogni giorno modi nuovi di fare danni, l'altro pensava a come poterlo punire. Era una battaglia persa in partenza, quella di Terenzio, lo sapeva bene, ma si impegnava parimenti ad escogitare qualcosa di nuovo volta per volta.

In un'occasione venne installato un nuovo portone automatico, a comando pneumatico, per aiutare a mantenere il calore all'interno del reparto quando si rendeva necessario portare all'aperto i materiali. Era alto tre metri, a due ante trasparenti, e dai tre metri fino al soffitto, due metri più in su, venne creato un robusto infisso in ferro e vetro da imbullonarsi sui pilastri in cemento.

Era ovvio che nessuno avrebbe potuto sorreggerlo a mano mentre gli addetti lo fissavano, perciò fu incaricato Dario di sorreggerlo con le forche del muletto. Dovette sottostare per quasi un'ora ai comandi dei due operai, i cui comandi ripetuti erano una sofferenza per lui :

"Alza di due centimetri! Avanti di tre, piano!! Adesso vieni indietro un centimetro verso sinistra, abbassa di un pelo!"

Dario fumava letteralmente dall'impazienza di poter correre avanti ed indietro per il piazzale. Quando finalmente il lavoro fu terminato, fece un giro d'onore decantando la sua precisione nell'eseguire i comandi, e vantandosi che senza di lui non si sarebbe potuto fare niente del genere, concludendo raccomandandosi che bisognava fare attenzione a non uscire dal capannone con le forche troppo alte del carrello elevatore, per evitare di colpire l'infisso appena montato. Tutti convenimmo che era giusto, che saremmo stati attenti, senza dirgli che noi non potevamo usarlo, il carrello elevatore, ma ritenemmo meglio non fargli notare che semmai era lui a dover stare attento a quel che faceva. In effetti forse sarebbe stato meglio averglielo fatto notare, ma si sa... con il senno di poi...!

Non trascorsero nemmeno tre minuti.

Ci fu un boato!! Poi un fragore tremendo, un clangore di ferraglia e di vetri infranti, seguito da una pioggia di polvere che cadeva dalle travi del tetto in cemento, dai tiranti d'acciaio delle capriate, dai cavi e dalle tubature che correvano in alto sopra le postazioni di lavoro.

Tutto il capannone stava vibrando per il colpo dato da Dario il Grande. Appena finito di raccomandarsi con noi aveva caricato un pallet di materiali finiti, e per vedere meglio dove stava andando tenne sollevate le forche bene in alto.

Immaginate la scena: il carrello colpisce con la violenza di un ariete l'infisso con la parte alta delle forche, e si impenna mentre la parte di sotto continua la sua corsa, a questo punto il naso del carrellista discute con il vetro di protezione sul davanti del mezzo. Immediatamente dopo l'iddilio naso-vetro temperato c'è il contraccolpo, la parte bassa del carrello rimbalza indietro, scagliando tutto il peso del marmo caricato sul pallet in avanti, a dare il colpo di grazia all'infisso appena installato, e mandandolo a finire qualche metro più avanti, inseguito da una tonnellata di rottami di marmo, miseri resti di una ordinata pila di piani perfettamente levigati e pronti per essere imballati.

Eravamo tanto abituati ai suoi danni che, passato lo spavento per il tremendo botto, ci limitammo a scuotere la testa e riprendemmo tutti a lavorare, lui faceva i danni e lui ripuliva.
Il bello di Dario era che quando faceva danni si arrabbiava come un matto con l'intero universo, ed un pochino con se stesso, e copriva lo stesso universo e se stesso di insulti per tanto più tempo quanto più grave era il danno, perciò non c'era neanche gusto a sgridarlo.

Perfino Lelio Palazzetti in persona alla fine si girava a guardarci con un mezzo sorriso sotto il cipiglio da urlo "Cosa vutu dirghe, el se le dis da sol !!"  (Cosa vuoi dirgli ? Si insulta da solo!!)

Ma una cosa eravamo noi colleghi, una cosa era il Titolare in persona... altra cosa era Terenzio!!!

Ci pensò in silenzio per un paio di giorni, e non so se Dario si stesse preoccupando per questo, ma avrebbe dovuto.

Il terzo giorno, quando a fine giornata uscimmo dalla fabbrica per raggiungere le nostre auto, vedemmo Dario guardarsi stranito attorno, grattandosi la testa e borbottando qualcosa tra sé e sé... finchè qualcuno gli indicò un punto alle sue spalle.... in alto. Molto in alto!

La sua auto era parcheggiata sopra il grande silos dei fanghi del depuratore delle acque di lavorazione, a buoni sette metri da terra.

A nessuno venne da chiedersi come ci fosse finita... Terenzio era l'unico gruista!! E lui si, era un maestro, non per nulla era andato a casa per primo!! Smile

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Siamo giunti alla Pasqua

aprile 11, 2009 09.01 by Vortex

Anche quest'anno, finalmente è arrivata la Pasqua, e con essa la primavera, definitivamente si spera!

Quello passato è stato un inverno lungo, ricco di neve e di vento freddo... un inverno come Dio comanda insomma, ha portato gioia e divertimento per quanti amano sciare e per quanti preferiscono lo slittino, ha portato lo stupore e la meraviglia di chi ha visto per la prima volta la neve.

Ha portato cieli stellati limpidi e luminosi come solo in inverno si possono vedere, e tramonti pallidi e veloci.

Ha portato con sé anche incertezza e dubbi sul futuro a causa della situazione di crisi generale, ed ha portato anche il dolore della grande perdita che abbiamo patito tutti noi della Palazzetti.

Questa primavera si è aperta con la tragedia del terremoto in Abruzzo e questo non sembra un buon auspicio, ma sappiamo che la Pasqua è un grande segno di rinascita, dalla crisi, dalle macerie oppure dal dolore della morte... Perciò...

BUONA PASQUA A TUTTI VOI!!!!!

 

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Il tagliaerbe

marzo 18, 2009 21.02 by Vortex

In occasione della festa del papà mi capita di ripensare a momenti particolari, immagini speciali, ricordi che mi fanno rivedere ciò che sono diventato sotto un'altra luce.

Il papà può essere presente o no, nella nostra vita, può essere una presenza importante o quasi assente, ma molto di ciò che siamo lo dobbiamo a lui, che lo vogliamo ammettere o meno.

Una delle cose che ho imparato da mio padre quand'ero poco più che un ragazzino, è stato falciare l'erba.

Non c'erano rasaerba o falciatrici meccaniche, si usava solo la falce fienaia, la buona lama d'acciaio montata su di un robusto manico di legno e maneggiata con l'ausilio di due pioli sporgenti sulla lunghezza.
Me l'aveva fatto fare alcune volte, poi mia madre, adducendo motivazioni di elevatissima pericolosità per un ragazzino nel maneggio di un attrezzo così affilato, mi tolse la possibilità di continuare.

Allora non me ne crucciai più di tanto, certo mi spiaceva di non poter più aiutare mio padre, e poi era il mio primo incarico  "da grande", ma insomma, avevo così tante cose da fare a quell'età, che una più una meno...

Ora, "da grande" , ho compreso alcune cose.... su mio padre e sulle falci.

Non molto tempo fa, una coppia di amici ha acquistato una vecchia casa colonica ad alcuni chilometri dalla mia città, la usano solo durante i fine settimana dato che vivono altrove per motivi di lavoro.
Durante la bella stagione, hanno scoperto che l'erba ha l'abitudine di crescere ad una velocità a dir poco ridicola.
In una settimana, complici le piogge che nella nostra zona (il Friuli orientale e nella fattispecie la fascia pedemontana) si possono definire frequenti solo a voler essere minimalisti, l'erba, le erbacce, le ortiche, i rovi e quant'altro possa utilizzare la fotosintesi, riesce a crescere anche di trenta centimetri.
Durante una mia visita a casa loro, dal momento che chi in loro assenza curava il taglio del prato non era passato, mi trovai ad affondare fino al ginocchio in un mare verde frusciante.

Scherzando, apostrofai il mio amico che mi era venuto ad aprire : "Ma insomma, non ce l'hai una falce ?"

Lui mi squadrò in silenzio per alcuni istanti, poi andò a rovistare in uno stanzino pieno di vecchi attrezzi dimenticati dai precedenti proprietari.
Dopo qualche minuto ritornò  e mi mise in mano una falce dicendo : "Tu pensi di saperla usare ?" con un certo atteggiamento di sfida.

Era una vecchia falce, con l'asta di legno grezzo e grossolanamente sgrossata, coperta di polvere e di ragnatele ma ancora solida, leggera e bilanciata, le impugnature arrotondate e consumate dall'uso, la lama ossidata ed assottigliata da mille e mille passate della pietra per affilare.
Mi chiesi anch'io se la sapevo usare... dopo tanti anni... chissà?

La impugnai, la bilanciai, provai a farla oscillare da destra a sinistra e da sinistra a destra... qualcosa c'era.

Provai in un angolo del grande prato, ruotai il busto ed affondai la lunga lama ricurva che avevo affilato con una vecchia, consunta pietra, trovata dentro un corno di bue appeso ad un gancio nello stanzino degli attrezzi, nell'erba alta.

No... non era proprio così...
più rasente al terreno, più lunga l'oscillazione, più veloce il movimento... provai di nuovo.
Meglio...
Un altro colpo.
Ancora, ancora ed ancora, più regolare, ancora e poi ancora... un po' più lento, passi più brevi... ancora ed ancora...
Passa la pietra sulla lama, rinnova il filo della falce...

Era come se mio padre mi parlasse, mentre la pietra faceva cantare l'acciaio sottile che ora appariva lucido e bagnato.
Riprendo a falciare, fa caldo, sudo ma non mi dà fastidio, sento solo il fruscio dell'erba che cade recisa alla base, il canto discreto del metallo quando morde i rovi duri e tenaci, la brezza che cerca di asciugarmi il sudore che mi cola da sotto il berretto con il frontino.

E sento quella voce, quella voce che mi incoraggia a continuare così, con calma, regolare, senza fretta... bravo, proprio così.

Poi finì.

Finito il prato, finita l'erba, finita la brezza... perso l'eco della voce di mio padre.

Rimase solo quel meraviglioso profumo di erba appena tagliata... poesia, poesia pura.
Non so quanto tempo ci impiegai, non molto credo.
Rimasi un momento fermo con la falce in mano e mi guardai indietro ed attorno, non era stato un taglio perfetto, le linee dell'erba distesa erano irregolari, l'altezza del taglio non sempre uguale, ma erano passati venticinque anni, da quando l'avevo fatto l'ultima volta... tanto tempo.
Mi voltai e vidi i miei amici che mi guardavano, "Senti un po', ma quand'è che hai imparato a falciare? Non sapevo che ne fossi capace"

"Oh, tanto tempo fa" dissi mentre appoggiavo la vecchia ma valida falce ad un albero.
"Me l'ha insegnato mio padre"

 

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Trent'anni di Palazzetti... Non c'è due senza tre

gennaio 14, 2009 23.26 by Vortex

Rieccomi ancora qui!

Mi è venuta voglia di raccontarvi di alcuni personaggi che Vivevano nella nostra azienda negli anni in cui la fabbrica era ancora ubicata in via Correr.
Ce n'è da raccontare, eh... di matti non eravamo mai senza, ma i due o tre che più di altri hanno caratterizzato più allegramente il nostro lavoro sono stati sicuramente (qui farò uso solo dei soprannomi con cui tutti li chiamavano) Paietta, per via dei capelli ricci e corti, che sembravano appunto la paglietta d'acciaio che si usa per lucidare il marmo dopo passata la cera; Tegolina, detto così perché quando venne a lavorare in Palazzetti era lungo e sottile ed un po' curvo, come una tegolina appunto. A questi due si accompagnava il prode Gaiarine, detto così perché, ovviamente, arrivava da Gaiarine, ma che era anche soprannominato Testagrossa, il perché lo lascio immaginare a voi.

Il trio in questione era perennemente in vena di scherzi e burle, come pure erano anche lesti ad insultarsi, il più delle volte bonariamente: uno dava dello scemo al secondo ed il terzo dava del mona al primo, che a sua volta lo mandava a quel paese cordialmente. Di solito finivano per tirarsi dietro qualche scaglia di marmo, che casualmente non mancava mai, il tono della voce ed il calibro degli epiteti aumentava via via, il peso delle scaglie pure, finchè si alzava l'atteso coro degli altri operai che, sulle note di "E bastaaa !!! Ande' a lavorar, inseminidi" troncava la disputa.

Chiaramente i tre non aspettavano altro, perché era un modo onorevole di smettere l'interminabile serie di improperi in cui si erano lanciati, e che nessuno voleva far cessare per primo per non perdere la faccia. Un giorno Gaiarine sbagliò mira: normalmente le scaglie venivano lanciate ad una certa distanza dal bersaglio, perché non c’'ra mai la volontà di far male. Quella volta invece, il pezzo di marmo, anche piuttosto consistente, volò dritto verso la testa di Tegolina, centrandolo in pieno. Il cecchino fu il primo a correre dalla propria vittima scusandosi in tutti i modi...

Come avete capito erano tre amiconi, e l'ultima cosa che volevano era farsi del male veramente l'un l’altro.

L'involontario bersaglio (neanche poi tanto, involontario) sul momento la prese bene, come d'altronde aveva preso bene il colpo in testa, tranquillizzando l'amico e collega.

Ma si vedeva che covava una qualche forma di vendetta.

Dovete sapere che per rendere più vivo il marmo spaccato, o meglio scapezzato, lo si lava con una soluzione di acido che puzza terribilmente e produce un fumo acre quando lo si usa. Ebbene, un'oretta dopo il fattaccio, Tegolina esce dalla saletta dove lavoravano gli operai che assemblavano i rivestimenti più raffinati, raccoglie il secchiello con l'acido per lavare gli scapezzati, si porta alle spalle di Gaiarine e gliene versa una generosa dose sul dietro dei calzoni.

Sul momento non ci fu nessuna reazione, poi sentì il bagnato passare il tessuto, si girò di scatto in tempo per vedere una fumata bianca levarsi dal proprio fondoschiena: la polvere di marmo che copriva il tessuto reagiva con l'acido facendo un fumo denso e puzzolente, tanto che sembrava che fosse andato a fuoco! Imprecando come un posseduto corse ai lavabi e mise il sedere sotto il rubinetto per lavare via l'acido residuo.

Quando ritornò in reparto si abbassò i calzoni per farci vedere il risultato dello sconsiderato attacco del suo vendicativo avversario.

Tra le risate generali potemmo ammirare un sedere rosso come quello di un babbuino, coperto da alcuni brandelli ancora fumanti degli slip sintetici, letteralmente fusi dall’acido corrosivo. Fu una scena memorabile che avrebbe meritato l'oscar della risata.

Ci vollero giorni, ed un paio di bevute di quelle memorabili, per far dimenticare l'accaduto ai due irriducibili amici – nemici.

 

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Trent'anni di Palazzetti: la storia continua

novembre 5, 2008 20.40 by Vortex

Dato che mi pare che il mio primo articolo vi sia piaciuto, ho pensato di continuare, e raccontare un altro frammento della storia dei miei ultimi trent'anni; vediamo un po'...

Come vi ho già scritto in precedenza, nella vecchia sede eravamo in tutto in trentacinque.
Bene, come spesso accade quando si è un gruppo ristretto, l'affiatamento era molto forte... come pure la rivalità, d'altronde. La cosa che spiccava di più però era la voglia di divertirsi.
Per quanto fosse duro il lavoro (e lo era nel senso più stretto del termine ) non passava un minuto senza che si sentissero risate e grida in qualche punto dei reparti; tutti prendevano in giro tutti e se stessi, indistintamente, ridendo degli sbagli altrui e dei propri senza che nessuno si sentisse offeso.
Certo, qualche litigata finiva ben per capitare, ma era roba di secondi, subito qualcuno prendeva in giro entrambi i contendenti e tutti scoppiavano a ridere mandandosi cordialmente "in mona" come si dice dalle nostre parti.

C'erano personaggi, tra quegli operai, che avrebbero potuto fare i comici in televisione, altri che conoscevano tante di quelle barzellette che potevano riempire un'intera enciclopedia, altri che avevano sempre la battuta pronta e tagliente. C'era chi imprecava con tanto estro da riuscire a non ripetere mai lo stesso epiteto durante tutta la settimana, e sì che lo facevano in continuazione, e mi scuserete, ma non è poco! C’erano personaggi che solo a guardarli ti mettevi  a ridere, c’era chi aveva una forza erculea. Ricordo un collega che veniva a prendersi un tipo di colonna che andava modificata sulla sega a ponte, pesante ottanta chili, che arrivava, la sollevava alta sopra la testa e rientrava in reparto segheria... E chi a malapena teneva in mano un martello, ma tutti lavoravano come matti, sempre.

Avevamo solo due carrelli elevatori, manovrati da due carrellisti che non avrebbero potuto essere più diversi tra loro: il più giovane era  velocissimo, è vero, ma era una catastrofe ambulante. E’ opinione corrente tra chi li ricorda, che non sia mai riuscito a ripagare lavorando tutti i danni che faceva. Il più anziano invece era più pacato e responsabile, e si inviperiva quando il giovane collega sfasciava qualcosa. Spesso lo abbiamo visto inseguirlo, carrello dietro carrello, brandendo un pezzo di muralina di legno. Erano occasioni di impagabile ilarità tra di noi operai, questo ci alleggeriva la rabbia per la perdita del materiale finito distrutto dal vandalo, che ci costringeva a rifare tutto daccapo, spesso fermandoci a fare straordinari, visto che il camion doveva partire con il carico completo.

Un ricordo in particolare? Quando ancora lavoravo all'imballo, si camminava letteralmente in mezzo ai pezzi finiti dei molti modelli di rivestimento. Fate conto che all'epoca avevamo una trentina di modelli, che arrivavano ad essere composti anche di 16 pezzi ciascuno, e che ognuno poteva essere in versione 64, 76, 96 oppure 106 centimetri di bocca, ognuno poteva essere a parete, parziale incasso oppure totale, angolo destro o sinistro ed ancora avere la panca destra o sinistra, la trave normale, massiccia od in marmo. Centinaia di pezzi da memorizzare, ed ogni modello o versione andava imballato in quel modo preciso e basta. Un giorno, un pomeriggio finito il lavoro, mi ritrovavo a fare due passi in centro con gli amici, un bel momento guardo in basso e... faccio un salto lanciando un grido!!!
Gli amici giustamente mi chiesero che diamine mi fosse preso, visto che a parte un paio di formiche non c’era nulla davanti a noi, e non potei fare altro che scusarmi per il mio comportamento.

Avevo avuto una brevissima allucinazione, per un attimo guardando a terra avevo visto che stavo camminando sui pezzi dei rivestimenti che c'erano in reparto, e giustamente avevo cercato di evitarli.
Per fortuna non si è più ripetuto. Wink

Per ora mi fermo qui, ma se vi fa piacere ci rivedremo ancora qui sul blog.

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Trent'anni di Palazzetti

ottobre 21, 2008 16.04 by Vortex

Buongiorno a tutti voi
Mi presento: sono Gianni...
Gianni chi!! Ma dai! Sono io, Gianni, quello che tutti chiamano quando hanno bisogno di qualcosa, avete capito ora?

Per  intenderci, sono quel Gianni che non dice mai il proprio cognome quando si presenta. E non per scortesia, bensì perché non ho un titolo che mi distingua: non sono un impiegato, un diplomato, un laureato etc. etc. e perciò trovo superfluo declinare persino il  mio cognome. A volte mi capita di sentirmi chiamare "Signor ......", ecco, quel signor è un titolo che non mi appartiene; io mi sento più Gianni che Signor Gianni, insomma, avete capito... basta la parola: Gianni, ed io arrivo da voi!
Ma non ho certo iniziato a scrivere per dirvi questo, no?

Oggi festeggio. Festeggio con voi, tutti voi che lavorate in Palazzetti, che collaborate con la Palazzetti, con tutti voi che cercate un prodotto della Palazzetti, ed a maggior ragione con voi che state cercando informazioni su questa azienda per decidere se sia il caso o no di acquistare un prodotto della Palazzetti.
Oggi festeggio i trent'anni da quando lavoro qui, proprio qui in azienda, nella grande famiglia che è da sempre la ditta Palazzetti.
Lo so, trovate strano che si possa festeggiare una cosa simile, anzi, è già strano che una persona rimanga per tanto tempo a lavorare nella stessa azienda.

Trent'anni... una vita!

Eppure è passata in un attimo. Pensare che mi mancano dieci anni alla pensione (governo permettendo) mi dà un senso di leggerezza, non di peso o stanchezza, se penso che ne ho già lavorati tre volte tanti. Trent'anni passati in una azienda che è passata dall’artigianato alla piccola industria, alla grande industria con centinaia di dipendenti quasi senza volerlo. La bontà dei suoi prodotti attirava talmente tanti clienti che la necessità di ingrandirsi è stata una costante nell'elaborato calcolo algebrico che è alla base dell'esistenza aziendale.
Ricordo bene quando ho iniziato i miei primi passi di operaio, all'imballaggio dei caminetti in marmo. Si lavorava dove c’era spazio, letteralmente. Trentacinque persone, compresi i titolari, erano tutta la forza lavoro; ma tutti ci davano dentro con una foga dettata dalla passione per il proprio lavoro... e dalla presenza quotidiana del titolare, Lelio Palazzetti, e poi del figlio Ruben in giro per i reparti.

Erano tempi in cui il titolare ti veniva a chiedere come ti andava, che te ne pareva del tuo lavoro in quel momento e se secondo te c'era modo di migliorare qualcosa. Ti ascoltava, annuiva pensoso poi ti dava una pacca sulla spalla e ti diceva: "No l’è sbagliada... bravo. Ti va avanti qua intant, lassa che ghe penso mi!" 
E l'operaio quel giorno lavorava meglio del solito, perché il titolare aveva ascoltato il suo punto di vista: non l'aveva sminuito, bensì aveva detto che ci avrebbe pensato su. Hai capito? Il titolare ha detto che perderà del tempo per considerare la mia idea! E poi lo sapevi che la tua idea non poteva andare bene, ma ti faceva piacere che quell'uomo grande e grosso (e "caliente") venisse da te a chiederti come ti andava e cosa pensavi del tuo lavoro; e perdesse un minuto del suo tempo, che sapevi prezioso, per scambiare due parole con te.

Noi dell'imballaggio eravamo solo in tre, ma dal momento che uno era un apprendista era come essere sempre in due. Il posto dell'imballo era una tettoia all'aperto, circondata dai semilavorati, parti dei caminetti che dovevamo imballare, accatastati sui pallets allineati sotto un'altra lunga e stretta tettoia adiacente. In estate i pezzi scottavano quasi, stavano tutto il giorno al sole, come noi d'altronde. In inverno si gelava... letteralmente! Nei periodi più freddi, e trent'anni fa l'inverno non scherzava, i piani di marmo accatastati l'uno sull'altro diventavano un blocco unico e dovevamo staccarli piantando una spatola d'acciaio a colpi di mazzetta tra di loro.
Ricordo che un anno il freddo era così secco che usavamo due paia di guanti da lavoro l'uno sopra l'altro. Quando il primo guanto si incollava al ghiaccio semplicemente sfilavamo la mano e ci rimaneva addosso il secondo. Quando andavamo all'interno per scaldarci un po', però, non riuscivamo a resistere che qualche minuto, tanto eravamo abituati a lavorare al freddo. Era un lavoro da uomini, ed io che avevo giusti diciott'anni lo ero appena diventato. Ogni operaio nei vari reparti doveva sollevare vari quintali di marmo ogni giorno, allora non c’erano verricelli o paranchi a ventosa per tirare su i pezzi pesanti, da noi dell’imballo arrivavano tutti i pezzi preparati da ogni singolo operaio ed in tre di noi dovevamo riprendere tutto in mano, letteralmente. Tonnellate di marmo ogni giorno. Ma era il nostro lavoro ed alla sera c'era la soddisfazione di aver fatto qualcosa di grande.

Poi mi hanno cambiato di reparto, mi hanno affidato una grande sega a ponte per il taglio delle lastre, poi ho fatto un particolare tipo di caminetti rivestiti di piastrelle in cotto, poi... Poi ho iniziato a fare un po' di tutto. Magazzino depliants, magazzino ferri battuti, commissioni per l'ufficio, poi montare stand nelle fiere, montare sale mostra, montare i caminetti negli studi fotografici, poi montare le scenografie complete sempre negli studi fotografici e fare il trovarobe, inventare qualche semplice ambientazione, insomma il servizio completo. Per un breve periodo, con scarsa fortuna, ho perfino fatto il fotografo industriale in uno studio aziendale tutto nostro! Poi piano piano le esigenze sono cambiate, ed i miei compiti sono virati sempre più al fornire servizi e trovare materiali.

Oramai siamo davvero in tanti, e tutti hanno giocoforza bisogno di molte cose per il loro lavoro, io faccio del mio meglio per accontentare le loro richieste, non sempre nei tempi desiderati, magari.
Ma da anni questo è il mio lavoro, un bel lavoro devo dire, che non mi lascia mai fermo perché c’è sempre qualcosa da trovare per fare in modo che tutto funzioni, per banale che sia la richiesta, fosse anche una scatola di chiodini d'acciaio, beh, senza quei chiodini non si montano i battiscopa in fiera. Nessuna richiesta, o quasi, è assurda o banale, per funzionare il nostro grande ingranaggio ha bisogno che ogni ruota abbia sempre il giusto numero di denti ed il mio incarico, assieme a quello dei miei colleghi dei servizi generali, è fare in modo che tutti i denti di tutte le ruote di ogni ingranaggio siano sempre al loro posto e ben oliati.

Perché a noi, a tutti noi della Palazzetti, piace sapere che la nostra azienda è la migliore, ed a me piace pensare che il merito di tutto questo è un pochino anche mio. Poco poco, solo un particolare infinitesimo.
Da trent’anni a questa parte.

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