Zoppola, 23/06/2032
Il bar centrale di Zoppola era molto cambiato dall'ultima volta che ci avevo messo piede. D'altro canto erano passati circa 20 anni da quando avevo lasciato quei luoghi. Il vecchio barista - capelli radi, piccoletto, gillet blu d'ordinanza sopra camicia bianca - aveva lasciato il posto ad una coppia di ragazzi decisamente più cordiali. Insieme a me c'era Romeo. Non lo vedevo da moltissimo tempo, ma grosso modo il peso degli anni non si notava su di lui. Entrambi avevamo ricevuto una telefonata anonima che ci intimava di recarci in questo bar ad un'ora ed in una data precisa.
Evidentemente qualcuno voleva che io e lui ci incontrassimo.
La sorpresa fu ancora più grande quando uno dei ragazzi che gestiva il bar si avvicinò.
"Se voi siete Fabrizio e Romeo ho qualcosa per voi." Disse, e ci consegnò una busta chiusa; su di un lato c'era un nome, Marcos Velasquez.
Io e Romeo restammo sbalorditi da ciò che stava accadendo; quel nome evocava un episodio che non era possibile cancellare dalle menti di chi lo aveva vissuto.
Era il periodo in cui lo stabilimento poggiava sulla forza di una vibro pressa conosciuta come COBBER, ed il tempo della fabbrica era scandito dal rumore delle sue stampate.
Poi il sito produttivo crebbe notevolmente.
Le tre vibro presse con cui noi avevamo a che fare furono smantellate, lasciando il loro posato a sette vibro presse di ultima generazione. I mercati tradizionali (barbecue e pietra tecnica), dopo qualche periodo di "stanca" ripresero ad essere trainanti e 200 addetti si affannavano a produrre un consistente numero di articoli. Inoltre nuovi impasti, più nobili e moderni, si erano affacciati nel panorama della produzione Palazzetti.
Sulla spinta che aveva avuto l'edilizia ecologica era stato perfezionato un materiale capace di assorbire e cedere calore e con il quale venivano prodotti dei panelli che erano al centro di un interessante mercato. C'era stato inoltre li boom dell'impasto vetro-cemento con cui la Palazzetti realizzava facciate di edifici.
Ma ai nostri tempi questo vento di innovazione si respirava in modo più contenuto. Le nostre giornate erano caratterizzate dal continuo tentativo di ottenere il massimo dalla Cobber, impianto strategico del sistema produttivo dell'epoca. Malgrado tutto, il livello di servizio al cliente non era sufficiente e questo demoliva gli umori ed il morale delle maestranze. La ridotta capacità produttiva aveva affinato in me e Romeo delle qualità che ci permettano di sopravvivere sul delicato terreno dell'emergenza continua.
Fu in quel periodo che venne assunto Marcos.
Proveniva dalla Repubblica Dominicana ed aveva fatto una buona impressione in sede di colloquio. Era stato assegnato alla Cobber, e con l'aiuto di Massimo e Vasip imparò velocemente il mestiere. Colpiva il fatto che Marcos trattasse l'impianto come un essere vivente piuttosto che un insieme di freddi ingranaggi, e questo atteggiamento piaceva un po' a tutti. Qualcuno, memore che nei Caraibi la magia nera aveva un'importante tradizione, sosteneva che Marcos doveva per forza essere uno stregone per avere quel rapporto con l'impianto!
Quelli erano i tempi in cui dalle maestranze, con sempre maggior forza, saliva la richiesta di investire su una nuova vibro pressa da affiancare alla Cobber.
Io e Romeo sapevamo bene quali costi nascosti comportasse il fatto di lavorare con un unico, vero impianto di riferimento produttivo (ore straordinarie, ripetuti cambi stampo e lotti ridotti, ecc). E la qualità diminuiva all'aumentare della nostra ansia lavorativa. Eravamo più che convinti che il ciclo di produzione sarebbe migliorato solo attraverso l'acquisizione di un'altra macchina.
Quel giorno Marcos entrò in ufficio terrorizzato.
"La Cobber parla!" disse.
Pensai che il giovane dominicano fosse uscito di senno, ma quando vidi il capoturno stravolto entrare in ufficio, capii che qualcosa di strano stava succedendo davvero.
Uscii dall'ufficio e sentii un ruggito metallico. Tutta la fabbrica si rivolse verso l'impianto, che continuava a rumoreggiare. Io, Romeo e Marcos ci avvicinammo alla cabina dell'impianto; dietro a noi tutti gli altri. Dal cuore dell'impianto una voce metallica cominciò a parlare:
"Quanti impasti ho visto scivolare sugli stampi più vari, e quanti uomini ho visto lavorare su di me. Ho visto meccanici arrampicarsi nei punti più nascosti del mio corpo alla ricerca di guasti che mi impedivano di lavorare. Ho visto impianti di lavaggio, ricambi di ogni genere, cementi ed argille di ogni tipo. Ho visto operatori sfiniti da turni troppo lunghi. E tutto questo sarà dimenticato nel tempo come lacrime nella pioggia... è tempo di morire!"
Una nuvola di fumo si sprigionò dal corpo centrale della macchina, un sinistro rumore fu provocato dal crollo di una parte dell'impianto di stagionatura.
Un silenzio religioso avvolse ogni cosa.
Marcos accarezzò le pareti della macchina come si fa con i cavalli che stanno per morire. A tutti era chiaro che la Cobber non avrebbe mai più stampato nulla, e che un'epoca era terminata.
Non raccontammo a nessuno della morte della Cobber e delle sue ultime parole, e non ci fu nessuna fuga di notizie in tal senso. Tutti quelli che avevano partecipato a quell'episodio tennero per se quello che avevano visto e sentito, e non fecero trapelare alcunché. La Cobber venne smantellata e sostituita, la stagione era compromessa.
Io e Romeo ci sedemmo ad un tavolino del bar ed aprimmo la busta. All'interno c'era una foto ed una lunga lettera. La fotografia raffigurava Marcos con la sua famiglia oltre ad alcuni operai. La nostra sorpresa fu grande nel vedere che alle spalle di quelle allegre persone giganteggiava la Cobber! La lettera poi spiegava come Marcos riuscì a trasportare la macchina oltreoceano e come riuscì a metterla in funzione nella repubblica Dominicana.
"Forse aveva ragione chi diceva che Marcos era uno stregone" dissi
"Io l'ho sempre sostenuto" Rispose Romeo.
Per festeggiare questa clamorosa notizia ci facemmo portare una bottiglia di prosecco che dissanguammo in breve tempo.
"La Cobber è come il rock'n'roll, non muore mai" sentenziai, e scoppiò una grassa risata.
Tra un bicchiere e l'altro riesumammo vecchi ricordi di uno stabilimento che si era notevolmente trasformato. Quando anche l'ultima goccia di prosecco fu consumata, decidemmo di andarcene e di salutarci.
"Cosa hai fatto in tutti questi anni?" mi chiese
"Sono andato a dormire presto" risposi
Correntemente valutato 4.4 da 16 utenti
- Currently 4,4375/5 Stars.
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5